TELOS - THE SOFT WALL
Cenzo Cocca - Giugno 2021
The Wall
Le mura delimitano, chiudono, disegnano confini. Si dilatano, innalzano barriere. Restringono spazi. Spesso riparano, proteggono. Intrise di terra, di fango, di acqua, respirano e traspirano. Assorbono, conservano intimità. Sono testimoni di quotidianità, con il loro crescere e il loro deperire. Sono pregne di umori, si innervano di corporeità. Sono testimoni di tracce, di segni, di dinamiche, di scambi tra entità che si alimentano in spazi mai vuoti. Raccontano di una mutevole e densa vitalità. Suggeriscono una inafferrabile pluralità di cose, un incessante fluire di pensieri, di emozioni, di incontri, di scontri, di corpi che si sfiorano, che si evitano, che si toccano, si fondono. Fagocitano i sensi che si disperdono e riaffiorano in un’invisibile interiorità. Le mura sono morbide, rimbalzano la vita che in un eterno rincorrersi, passa, se ne va.

Telos
Telos nasce da una urgenza, da una necessità. Quella propria dei teli, di uscire, di mostrarsi. Di abbandonare cassetti e odorose cassapanche. Per troppo tempo, ben piegati e riposti hanno condiviso il buio. Bramano la luce. Rifioriscono. Rammentano che prima di essere telos, erano campi di cotone, di canapa, di lino. Sono lenzuola, salviette, panni, canovacci, strofinacci. Hanno frange, pizzi e trine. Hanno strappi, buchi, tapulos. Incuranti ostentano il loro tempo. Difendono intimità. Preservano inconfessati desideri. Custodiscono sogni. Imprigionano pensieri. Proteggono fragranti bontà. Irsuti e ruvidi travisano origini lontane. Tra l’ordito e la fitta trama, intrecciano memorie. Tra le pieghe liberano voci. Palesano magagne, impercettibili difetti. Proteggono. Sono un primordiale riparo. Aderiscono come una seconda pelle, levigata e soffice. Sos telos restituiscono un abbraccio morbido, narrano storie di identità e di appartenenza.

Fili
Con l’ago e il filo Cenzo Cocca cuce paesaggi. Congiunge punti, costruisce geografie. Intercetta interconnessioni. Usa il punto indietro, il punto mosca, i punti molli singoli e doppi. Usa il sorfilo e si accanisce fitto per non sfilacciare il tessuto. Si dimentica del punto base, piccolo e regolare, che non si deve vedere. Usa il punto pieno, annoda energie. Dimentica la tecnica, la disciplina del cucito lascia spazio alla fantasia, asseconda il fluire delle forme, capta linguaggi. Sono materiche le sue impunture. Sono suture, cicatrici. Trasudano lesioni. Innestano, collegano. Hanno colori tenui. Esplode il celeste, cattura l’azzurro. Il giallo ammorbidisce. Il marrone, il blu imbastiscono campiture. Graffiti, segni, si trasformano in parole. Suggeriscono azioni, invitano a toccare ad ascoltare, cercare. Ammorbidiscono strappi, appianano futuro. Non sono labirinti i suoi fili. Sono cortocircuiti, punti di una rete che connette mondi. Tattile linguaggio Braille, scorre tra le dita. Lo sguardo scruta si concentra, si perde, cattura indizi, costruisce scenari, piccole vedute, un vaso, un fiore. L’energia di un raggio di luce, salda consistente, come il punto chiusura. Punto finale di ogni cucitura che ingloba trama e piccoli nodi nelle crune del filo. Stabile, sicuro l’incedere dell’ago cuce. Riaffiorano gangli, diagrammi, stimoli grafici di battiti, di respiri che all’unisono palpitano e impercettibili raccordano confini.

TempoSpazio
Il tempo non fa rumore, non dà segno della sua velocità, scorre in silenzio, senza soste. Il tempo fugge, vola, stringe. Il tempo lo si può perdere o ammazzare, ma non fermare. Il tempo si consuma. Lo spazio non è vero che è vuoto, si rinnova. Il tempo mollemente riempie lo spazio. Lo abita. Questa camera molle è piena di pensieri che attraversano la mente. E’ memoria di oggetti, di cose usate, di sospiri, di voci che corrono e si rincorrono. Ha una finestra e una porta che si affacciano sul mondo. Là fuori le nuvole si rincorrono, gli steli inverdiscono e appassiscono. Si sentono i passi sordi della vita che passa accanto. Mario, Rita, Maria Grazia, Joan, Francesca, Michele, Fabrizio, Adrian, Giuseppe, Andrea, Cenzo, Silvia, Giovanni. Nomi, sostantivi che definiscono identità. Ma innumerevoli sono le entità che riempiono spazi. Idiomi, fisionomie. Memorie che incrostano le mura. Voci che si annidano tra le pieghe de sos telos. Umori che aleggiano. Sciami di colori, granuli di polvere che si stagliano al riverbero della luce. Convivono, si alleano col tempo e con lo spazio. Sono un lento respiro. The soft wall è uno spazio bianco, spoglio, dove sedersi, farsi accarezzare, abbracciare. Uno spazio estetico, un luogo concreto dove abbandonarsi, partecipare ad un rito catartico. Riappropriarsi del tempo e dei pensieri che in questa pace stormiscono, si purificano, diventano tangibili ed effimeri quasi inconoscibili.
La cucina
La cucina ampia, dalle pareti coperte di casseruole di rame lucentissime, il camino in un angolo e il forno nell’altro … Dietro la cucina si stendevano le cantine e i magazzini per gli immensi raccolti del grano, dell’orzo, dell’olio, e di tutte le altre qualità di frutta e di legumi … L’uva fresca, le pere e le mele, l’uva passa e i fichi secchi ... i formaggelli … negli angoli si ammucchiavano le noci, le nocciuole e le mandorle, — su grosse tavole stavano disposte grandi quantità di formaggio e le provviste del lardo, del salame, della salsiccia, prosciutto e strutto conservato in vasi di terra … i pomodori secchi, rossi e oleosi olezzanti di basilico, e le ulive secche e altri frutti ed erbaggi, nell’olio di oliva...
Grazia Deledda, Fior di Sardegna, 1891.
I testi sono a cura di Stefano Resmini, come la cura dell'installazione
Cenzo Cocca

















