Una volta una famosa scrittrice mi ha detto che non crede nel matrimonio, perché col tempo, fatalmente, ognuno dei due contraenti tende a sminuire l'altro, a contrastarlo, a criticarlo. A meno che, diceva la signora - che di matrimoni falliti se ne intendeva - non ci sia un progetto forte, una meta da perseguire per tutta una vita. Mentre la ascoltavo, sempre più distrattamente, pensavo a una coppia che avesse quei requisiti. Non mi sono venuti in mente scienziati, attori, architetti. Mi sono venuti in mente Rita e Mario.
In tempi di divorzi reali, liti coniugali miliardarie, tradimenti aristocratici, la storia semplice e vera di questi miei amici è una ventata d'aria fresca e pulita.
Aria di montagna, come quella di Fonni, il paese dove sono nati. Le loro famiglie di provenienza sono famiglie sarde d'altri tempi. Tanti figli, educazione severa, ruoli molto ben definiti. Rita ha dieci tra sorelle e fratelli.
Babbo Giuseppe - suo padre - non era una persona che amava le discussioni.
«Non ha mai ripetuto una cosa per due volte», dice Rita, con un tono che fa capire quanto il rispetto, l'amore e il timore siano diventati tutt'uno quando parla della figura paterna.
Anche il suocero Michele era un uomo tutto lavoro e famiglia e non ammetteva che la sera si vedesse la televisione: «Quella cosa lì rovina la famiglia, diceva, perché non ci si parla più...».
«Erano altri tempi, tempi difficili... Ognuno faceva la sua parte». Rita non è certo il tipo di donna che si lamenta: la sua vita da ragazza è stata tipica di una società che ormai è tramontata. Come eredità, quella vita le ha lasciato tanta volontà, tanta fermezza di carattere.
Cresciuta, con l'aiuto dei genitori ha messo su un negozio di abbigliamento per bambini. «Facevo i soldi a palate, ma a un certo punto ho mollato tutto», ricorda Rita senza alcun rimpianto. Perché nel frattempo nell'orizzonte della sua vita era entrato Mario.
Mario Murroccu.
Come l'ha conosciuto è presto spiegato: in un paese tutti si conoscono. Rita e Mario si frequentano come possono, come è lecito nell'aspra vita di paese. Sguardi durante la messa, appuntamenti combinati con la complicità di amiche... Innamorati e presto fidanzati, i due colombini avevano il permesso di uscire insieme, ma sempre con una delle sorelle a due passi di distanza. Proprio come nella canzone di Modugno, «Io, mammetta e tu»! Mario, che di fratelli ne ha sette, è figlio di un pastore. «Magari passava un anno fuori casa, in giro con il gregge... Io il pastore non l'ho voluto fare, mi è bastato andare servo pastore per qualche giorno! Babbo è un uomo buono e mi dispiaceva che non fosse mai a casa».
Una casa simile, per moralità e stile di vita a quella di Rita. Ma una casa dove le redini erano tenute dalla mamma. Quando Mario, unico in famiglia, rifiuta di andare in montagna con le pecore, alla madre si pose un dilemma angosciante: «E adesso del vestito di fustagno che ti abbiamo fatto fare, cosa ne facciamo?».
Perché un vestito così non si può certo usare per fare il muratore, il mestiere che Mario aveva preferito.
A quei tempi, Rita evitava di passare davanti ai cantieri dove lui lavorava: «Perché arrossiva come un bambino, per l'imbarazzo!».
«Ma qual è questo progetto che li ha tenuti uniti?» vi starete domandando.
Estate 1977. Mentre l'Italia ufficiale, l'Italia che passerà alla storia, sta impazzendo dietro il terrorismo e dietro formule politiche sempre più incomprensibili, Rita e Mario si sposano.
Vivranno in paese per otto anni poi, nel 1985, si trasferiscono ad Alghero. E ad Alghero li ho conosciuti, tanti anni fa, nel loro agriturismo.
«Allora il progetto era questo!» penserete. Ed io ve lo lascio pensare. Venduto il negozio, voltate le spalle al benessere, Rita e Mario si lanciano all'avventura.
Cambiare paese e regione, in Sardegna non è cosa di poco conto.
L'emigrazione interna - soprattutto quella dal centro Sardegna verso la costa - è un fenomeno notevole, su scala regionale. Da Fonni ad Alghero il salto è grande. Cambia il clima, il paesaggio, cambia il modo di ragionare. E un po' di razzismo esiste anche tra noi sardi. Come dicevano di noi gli spagnoli? Pocos, locos y malunidos!
Così i nostri due amici non solo devono ricominciare tutto da capo, ma a volte si scontrano con la diffidenza dei nuovi concittadini. Non di tutti, naturalmente. Anzi: il loro agriturismo è molto apprezzato. Rita governa, da buona mater sarda. Mario costruisce, sfruttando la sua abilità di muratore.
Prima la casa, poi la stalla, poi i giardini.
All'inizio è dura: «Pensando alla mia famiglia, all'affetto di mia madre e al posto sicuro che avevo, dice Rita, mi veniva da piangere. Nonostante la sua severità, mio padre mi mancava tantissimo: mi mancavano le sue coccole e la sua abitudine di venirmi a tirare i piedi quando me ne andavo a letto... Ma non potevo piangere davanti a tutti. Allora mi nascondevo e mi sfogavo!».
Mario dice orgoglioso: «Non abbiamo chiesto aiuto a nessuno... il fatto è che non c'è mancata la volontà di lavorare. E adesso siamo felici».
Felici e in buona compagnia, perché nel frattempo sono arrivati Maria Grazia, Michele e Peppe, che oggi hanno rispettivamente 19,16 e 13 anni.
La grande frequenta l'Università, il medio il Liceo Scientifico e il piccolo la terza media.
I figli, non sono forse un altro progetto? Secondo l'amica scrittrice, non bastano. Sarà vero. Ma ascoltando Rita, mi verrebbe da pensare il contrario.
È una mamma che magari fa baruffa, ma che riceve bigliettIni d'amore dai suoi ragazzini. Che fa anche da consigliera e da complice nelle immaginarie storie amorose dei suoi bambini.
Per esempio, riporto un piccolissimo aneddoto che mi ha molto divertito.
Un giorno Rita notò che uno dei suoi figli, poco più che bambino, era stranamente poco attirato dal pranzo. Sospirava e lasciava vagare lo sguardo qua e là, senza fissarlo da nessuna parte. Rita, che aveva capito perfettamente, lasciò che il figlioletto si aprisse, confidando le sue pene d'amore per una ragazzina e il figlio a un certo punto esplose, in modo drammatico e comico allo stesso tempo: «Parla con lei, mamma, perché senza di lei non posso più vivere!».
Col tempo, l'azienda si ingrandisce. Le difficoltà sono fatte per essere superate in coppia, questo sembra il motto di Rita e Mario.
Gli chiedo qual è la ricetta che li ha aiutati ma Rita si mette a ridere: «Eccola, la ricetta: prendi prezzemolo, basilico, erba cipollina, melissa, salvia, maggiorana e menta, poi le lavori con la ricotta...».
Rita mi prende in giro: questa è la ricetta dei suoi ravioli alle sette erbe!
Oppure mi sta dando una lezione di saggezza? Una vita ben vissuta è fatta dalla capacità di unire insieme tanti diversi elementi? O più semplicemente mi fa capire che la sua abilità di cuoca (abilità che verifico ogni volta che scendo ad Alghero) ha reso famosa ed apprezzata la cucina di «Sa Mandra»?
Mario non si pone nemmeno certe domande sulla vita. Lui sa che per offrire il prosciutto e la coppa migliore della zona, li deve portare a stagionare a Fonni.
«Sarà l'aria di montagna, l'altitudine, ma in paese il prosciutto stagiona perfettamente... Poi me lo faccio portare ad Alghero dai miei».
Quasi tutto quello che si mangia da Rita e Mario arriva dal paese. In questo modo sono sicuri di mettere nel menù solo cose genuine, che conoscono bene.
E sono sicuri di mantenere un rapporto concreto con le loro origini.
«Ma quale sarebbe, insomma, questo progetto che li unisce?»
Quello che ho capito io, sta dentro un'osservazione che , Rita ha fatto durante un dopocena. «Nel periodo in cui sentivo la nostalgia di casa, di Fonni, di parenti ed amici - ha detto Rita - per scacciare la tristezza pensavo: nessuno mi ha obbligato ad andarmene. Nessuno mi ha fatto lasciare il lavoro che avevo. Nessuno mi ha costretto a lasciare i miei genitori. Se sono andata via dal paese l'ho fatto per amore del mio uomo, un amore ricambiato. E allora, di cosa diavolo dovrei mai lamentarmi?».
Alghero 1997